MARK HOGANCAMP
(1970 | USA)

This is an article for latecomers and people who are easy on ignorance. For those who always discover something interesting too late, maybe because at that moment they didn’t have the chance to get curious about a topic. It’s an article that I write by discrediting and blaming myself, but also thinking about the fact that it’s always “better late than never”. 
Stay with me, maybe this story will fascinate you too (if you don’t already know it).

Questo è un articolo per ritardatari e per persone facili all’ignoranza. Per quelli che scoprono sempre troppo tardi qualcosa di interessante, magari proprio perché in quel momento non hanno avuto modo di incuriosirsi il giusto per approfondire un argomento. È un articolo che scrivo screditandomi e colpevolizzandomi, ma pensando anche al fatto che è sempre “meglio tardi che mai”. 
State con me, magari questa storia appassionerà anche voi (se già non la conoscete).

Mark Hogancamp (photo from: Repubblica.it)

It’s a torrid June evening, of those ones that make you wonder if exactly one year earlier the situation was already so heavy.
I decide to mount the projector, turn on my computer and watch a movie. I opt for one of those films that’s been on the list too long: “Welcome to Marwen”. I’d never gone into the plot before, but I’d marked it among the films to watch on the advice of many friends who – knowing my taste – had sold it to me very well: “he’s a guy who takes pictures of dolls, but he had a terrible story…”. It didn’t take me long to realize that I’d actually seen pictures of this “guy” in some exhibition contexts (including the Outsider Art Fair, a few years ago).
They were the work and life of Mark Hogancamp. 
Up to that moment I had never studied his story in depth, but the film, directed by the wonderful Robert Zemeckis and starring the equally great Steve Carell, opened up a world for me and gave me the chance to discover a story that, until now, I hadn’t had the chance (or the desire?) to listen to.

È una torrida sera di giugno, di quel caldo che ti fa chiedere se esattamente un anno prima, la situazione era già così pesante.
Decido di montare il proiettore, attaccare il computer e guardarmi un film. Opto per una di quelle pellicole presenti da troppo tempo sulla lista: “Benvenuti a Marwen”. Non avevo mai approfondito la trama, ma l’avevo segnato tra i film da vedere su consiglio di molti amici che – conoscendo i miei gusti – me l’avevano venduto benissimo: “è un tipo che fa le foto a delle bambole, ma ha avuto una storia tremenda…”. Mi è bastato poco per capire che le foto di questo “tipo” le avevo viste davvero in alcuni contesti espositivi (tra cui l’Outsider Art Fair, qualche anno fa).
Erano le opere ed era la vita di Mark Hogancamp. 
Fino a quel momento non avevo mai approfondito la sua storia, ma il film, diretto dal meraviglioso Robert Zemeckis e interpretato dall’altrettanto grande Steve Carell, mi ha aperto un mondo e mi ha dato modo di scoprire una storia che, fino ad ora, non avevo avuto modo (o voglia?) di ascoltare.

Mark Hogancamp, Untitled, 2006, Photo from allouchegallery.com

Mark Hogancamp is a photographer, a role he did not play in his previous life before a violent assault. 
He remembers nothing of the last century even though his life began there: 1970, Kingston (USA). The first chapter of his existence ends on 8 April 2000 when a group of fanatics savagely beat him outside a bar.
Nine days of coma and surgery save him physically, but do not allow him to keep his memories. All volatilized.
Before the attack he had been married, divorced, worked in a restaurant in Kingston and before that he was military, showroom designer, then an alcoholist, lived in a caravan and had a passion for stiletto heels. It’s a huge collection of women’s shoes to welcome him back home after the hospital. Thanks to a friend of him, he discovered that he collected them and wore them.

Mark Hogancamp è un fotografo, ruolo che non ricopriva nella sua precedente vita, prima di una violenta aggressione. 
Del secolo scorso non si ricorda niente seppur la sua vita sia proprio iniziata lì: 1970, Kingston (USA). Il primo capitolo della sua esistenza si conclude l’8 aprile 2000 quando un gruppo di fanatici lo picchia selvaggiamente fuori da un bar.
Nove giorni di coma e un intervento chirurgico lo salvano fisicamente, ma non gli permettono di mantenere i ricordi. Tutto volatilizzato.
Prima dell’aggressione era stato sposato, divorziato, lavorava in un ristorante di Kingston e prima ancora era stato militare, showroom designer, poi era alcolizzato, viveva in una roulotte e aveva una passione per i tacchi a spillo. È proprio un’enorme collezione di scarpe da donna ad accoglierlo a casa, al ritorno dopo l’ospedale. Grazie ad un suo amico scopre che le collezionava e le indossava.

Mark Hogancamp, Untitled, 2006, Photo from allouchegallery.com

With the help of doctors he regains mobility, replaces alcohol with cigarettes and coffee and slowly begins to remember something, albeit in a confusing way. Alone, in his caravan, he decides to reinvent his life.
In the garden around the house he built a Belgian town on a scale of 1:6, setting it during the Second World War: he named it Marwencol, in honour of his name and the two girls he fell in love with in his youth, Wendy and Colleen.
The town is populated by beautiful dolls and action-figures, each built on people he knew, especially friends who had helped him after the attack. These doll-women become a kind of protectors of Mark himself, who obviously builds an alter-ego of his own, Hogie. From there, it’s a succession of different scripts and stories that every day are told in an almost therapeutic way, allowing him to regain some memories and create new ones. Gradually he manages to regain his body, improving his mobility and this leads him to the next step: he started using an old Pentax to create storyboards that follow his real life in parallel.
Marwencol thus comes alive with intrigues and complex stories in which anger, violence and fear are at the centre of the discourse. The life of Captain Hogie, an American fighter pilot, is always put in danger by Nazi officers, but his women always manage to save him.

Con l’aiuto dei medici riacquisisce mobilità, sostituisce l’alcol con le sigarette e il caffe e pian piano inizia a ricordare qualcosa, seppur in maniera confusionaria. Da solo, nella roulotte, decide di reinventarsi la propria vita.
Nel giardino intorno a casa costruisce una cittadina belga in scala 1:6 ambientandola nel periodo della Seconda Guerra Mondiale: la chiama Marwencol, in onore del suo nome e delle due ragazze di cui si era innamorato in gioventù, Wendy e Colleen.
La città viene popolata da belle bambole e action-figures, ognuna costruita su persone a lui conosciute, soprattutto amiche che lo avevano aiutato dopo l’aggressione. Queste donne-bambole diventano una sorta di protettori dello stesso Mark, che ovviamente si costruisce un suo alter-ego, Hogie. Da lì, è un susseguirsi di sceneggiature e storie diverse che ogni giorno vengono raccontate in modo quasi terapeutico, permettendogli  di riacquisire qualche ricordo e creandone di nuovi. Pian piano riesce a riappropriarsi del suo corpo, migliorando la mobilità e questo lo porta al passo successivo: usare una vecchia Pentax per creare degli storyboard che seguano in parallelo la sua vita vera.
Marwencol si anima dunque di intrighi e storie complesse in cui la rabbia, la violenza e la paura sono al centro del discorso. La vita di Captain Hogie, pilota da caccia americano, è sempre messa in pericolo da ufficiali nazisti, ma le sue donne riescono sempre a salvarlo.

Mark Hogancamp, Untitled, 2006, Photo from Marwencol.com

It was the photographer David Naugle who sent Hogancamp’s photos to the art magazine “Esopus” and thus paved the way for the art world. His works were then exhibited in an art gallery in Manhattan, after which Mark participated actively in the documentary “Marwencol. The Doll’s Village”, directed by Jeff Malmberg in 2010. This was followed by other exhibitions, the movie, and everything else.
What is certain is that Mark’s tremendous experience made me realize that there is never a time limit, not even a mental limit, to the desire to reinvent and rebuild.
So there’s not even the shame of discovering a story too late, but the important thing is to be able to share it with those who don’t yet know it.

È il fotografo David Naugle a spedire le foto di Hogancamp al magazine d’arte “Esopus” e ad aprirgli dunque la strada al mondo dell’arte. Le sue opere sono state poi esposte in una galleria d’arte a Manhattan, dopodiché Mark ha partecipato attivamente al documentario “Marwencol. Il villaggio delle bambole”, diretto da Jeff Malmberg nel 2010. Seguono altre esposizioni, il film, e tutto il resto.
Certo è che la tremenda esperienza di Mark mi ha fatto capire che non c’è mai un limite temporale, né tantomeno mentale, alla voglia di reinventarsi e di ricostruire.
Dunque non c’è nemmeno da vergognarsi di scoprire troppo tardi una storia, ma l’importante è poterla condividere con chi – ancora – non la conosce.

Mark Hogancamp Untitled (zman, marines, air borne, Nazis, flamethrower. Mother’s Day 162), 2011, Photo from allouchegallery.com

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